Amici della SIAE abbiamo avuto una grande idea! E se la tassa sulla copia privata diventasse una tassa sullo streaming privato?

Copia privata: cos’è

Il compenso che paghiamo quando compriamo uno smartphone, un tablet, un pc o un qualsiasi altro dispositivo idoneo a registrare una copia di un brano musicale o di un film. Tale cifra viene richiesta allo scopo di indennizzare – o almeno questa sarebbe la finalità di legge – il titolare dei diritti d’autore per il mancato guadagno che potrebbe subire se il dispositivo in questione venisse, realmente, utilizzato per registrare una “copia privata”. Nell’era nello streaming e del cloud, appare a dir poco anacronistico: difficile, infatti, credere che nel 2015 in tanti usino uno smartphone o un tablet per farsi una seconda copia della canzone o del film appena acquistati.

La legge italiana stabilisce che il cosiddetto equo compenso per la copia privata venga pagato anche quando ad acquistare uno smartphone, un tablet, un PC o un qualsiasi supporto di memorizzazione sia un professionista o una persona giuridica.

Tale cifra viene restituita annulmente agli artisti attraverso la collecting society che li rappresenta.

Quanto si redistribuisce

Nel 2015 oltre 150 milioni di euro (157 milioni) oltre 50 milioni di euro in più rispetto al 2014 con un aumento – stimato dalla stessa SIAE nel proprio bilancio preventivo – del 75%. In tutto il mondo – o, almeno, nei 120 Paesi in cui operano le 250 società di gestione dei diritti aderenti alla Cisac – nel 2013 sono stati raccolti compensi per copia privata pari a 237 milioni di euro. Solo in Italia (causa decreto Franceschini) nello stesso anno, la SIAE ha raccolto 67,1 milioni di euro [il dato è tratto dal bilancio SIAE, ndr] come dire che il nostro Paese, da solo, ha contribuito per oltre un quarto alla raccolta complessiva mondiale di compensi per copia privata. In tutta Europa infatti, sempre nel 2013, sono stati raccolti compensi pari a 204 milioni di euro. I 67,1 milioni di euro raccolti in Italia, dunque, rappresentano più di un terzo di quanto complessivamente raccolto in tutti gli altri Paesi europei.

Oscurità nella redistribuzione SIAE

SIAE non pubblica un rapporto specifico sulla copia privata e sulla destinazione precisa dei compensi. Gli artisti vedono sì arrivare periodicamente dei compensi, ma  con un report dal quale non riescono a verificare la correttezza delle cifre.

Da qui la nostra riflessione provocatoria: utilizzare i proventi destinati all’audio per ripagare la quota di streaming utile a integrare i bassi proventi elargiti da piattaforme come Spotify. Anche se ci rendiamo conto che il ragionamento è legalmente impraticabile per l’incompatibilità dei diritti in questione.

Nel dettaglio: il 23.25% del totale va alla quota Audio agli associati SIAE.

Essa viene redistribuita tra le diverse tipologie musicali con le quali la SIAE cataloga la musica in proporzioni differenti secondo una ripartizione che può variare di anno in anno. Per i proventi 2012 è stata deliberata solo a primavera 2014 inoltrata: senza queste percentuali ovviamente non è possibile procedere alla ripartizione, da cui gli annosi ritardi.

Quel 23.25% a sua volta è stato così diviso privilegiando una redistribuzione ipotetica e non analitica basata sui dati di vendita dei supporti fisici :

copia privata ripartizioni siae

Da qui i termini della nostra provocante riflessione. Prendiamo due artisti mainstream: Il Volo e Fedez.

I primi (in virtù delle oltre 50.000 copie vendute) percepiranno una quota molto alta di equo compenso, forse la massima, denaro raccolto attraverso la tassa sul prezzo di vendita dei device, quegli stessi che quasi sicuramente verranno utilizzati per ascoltare la musica in streaming piuttosto che da una copia privata. Questi soldi potrebbero essere utilizzati e ricompensare Fedez per i suoi oltre 11 milioni di ascolti in streaming, ma soprattutto per tutti gli ascolti in streaming, analitici, di tutte le band.

Ci chiedono una tassa sugli smartphone per ripagare le mancate vendite fisiche di un oggetto (il CD) che non potrebbe mai essere copiato dal device che viene tassato!

Sapete come è fatto un CD? Secondo voi può entrare in uno smartphone ed essere copiato? Secondo qualcuno evidentemente sì.

La realtà è un po’ più complessa di così ma il senso è questo: noi non stiamo contestanto l’esistenza della tassa in sé, stiamo immaginando un modo diverso di ridistribuire quei proventi. Se devo essere tassato perché compro uno smartphone che almeno quei soldi vadano ai musicisti che ascolto grazie a quel device, il 99% delle volte in streaming.

Pensate che lo streaming abbia un peso minore sul mercato?

Secondo la IFPI, l’Italia è stata nel 2014 il decimo mercato musicale al mondo, generando 215 milioni di euro nel corso dell’anno. Sempre in Italia, nel 2015, i proventi da piattaforme di streaming in sottoscrizione sono raddoppiati arrivando alla cifra di 19.84 milioni di euro nei primi nove mesi del’anno: con un fatturato di 28.11 milioni di euro hanno rappresentato il 30% dell’intero mercato musicale.

mercato musicale

 

Da questi dati due considerazioni, lo streaming:

  1. in tutte le sue forme, continua a erodere ricavi al music business tradizionale;
  2. sta alimentando l’interesse e l’adozione di servizi in abbonamento, che rappresentano sempre più il futuro della fruizione delle opere e i cambiamenti inevitabili nelle abitudini di uso e consumo della musica che però non torna in tasca agli artisti.

Proventi dallo streaming

Sapete come funziona Spotify? Qui lo spiega il suo backend developer, ma al di là di questo il conto di quanto sia conveniente essere su Spotify per un artista poco conosciuto è stato fatto dal magazine USA The Atlantic, sul caso di una musicista non major, Zoë Keating. Tra il 2011 e il 2012 ha incassato 46.477 dollari da iTunes, 25.000 dollari da Bandcamp, 8.352 e 2.821 dollari rispettivamente dalla vendita di CD e Mp3 su Amazon. In totale sono più di 80.000 dollari di ricavi netti. Tradotto in ascolti Spotify: per ottenere la stessa cifra ci sarebbero voluti più di 20 milioni di ascolti in sei mesi. Chiaro che il gioco non vale la candela.

Sì ma quanto si guadagna da Spotify?

Molto poco: 0,0018 dagli account free, 8 volte di più dagli account premium.

Le fredde cifre per ascolti su Spotify (relativi al 2013) sono, ad esempio:

  • 5.322 euro per 1.032.931 ascolti
  • 2.548 euro per 494.557 ascolti
  • 68 euro per 13.167 ascolti

e fermiamoci qui perché sono davvero sconfortanti.

Cosa abbiamo scoperto oggi?

Che qui in Italia viene pagata la tassa più alta al mondo per la copia privata, ovvero: una percentuale del prezzo di un bene atto a riprodurre e contenere materiale protetto da diritto d’autore potenzialmente copiabile, viene redistribuito da SIAE a tutti gli aventi diritto, discografici compresi. Abbiamo visto che in fondo non sono pochi soldi.

Tra coloro che dovrebbero riceverli, questi soldi, ci sono molti dei musicisti che vengono giornalmente ascoltati da buona parte di quelle persone che sono tassate per aver comprato un dispositivo attraverso il quale ascoltano la loro musica. Abbiamo anche imparato che il mercato italiano è cresciuto di tantissimo negli abbonamenti ai servizi streaming. Abbiamo scoperto che così come sono, gli accordi tra Spotify e le case discografiche major, ripagano poco i musicisti – quelli major, figuriamoci quelli che invece non lo sono, i cosidetti indipendenti. Alcuni dei musicisti major arraffano, per colpa del complesso sistema di ripartizione SIAE, la maggior parte dei soldi da ripartire, nella nostra visione i soldi della copia privata, la percentuale che spetta all’audio, andrebbero interamente utilizzati per ripagare gli ascolti in streaming. Magari dei musicisti sotto i diecimila ascolti annuali.

Sono soldi che in fondo paghiamo per la possibilità di ascoltare magari proprio quella musica attraverso i nostri device.

Sapete quanto?

A sfogliare i dati pubblicati dalla Cisac scopriamo che i compensi da diritto d’autore “per abitante” raccolti nel mondo nei 120 Paesi nei quali operano le 250 società aderenti alla Cisac è stata pari, nel 2013, a 1,30 euro per abitante. Mentre quella europea è stata pari a 5,32 euro.

Quella italiana, invece, ha sfiorato il doppio di quella europea, oltre 10 euro a testa.

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