David Byrne VS la scatola nera dell’industria musicale

Articolo di David Byrne comparso originariamente sul The New York Times del 30 Luglio scorso e pubblicato in Italia da Internazionale n°1118 4/10 Settembre, tratta della ripartizione dei proventi tra i maggiori attori dell’industria discografica, autori, editori e case discografiche. Naturalmente lo scenario è quello prettamente mainstream, ma i numeri trattati possono, in percentuale, essere applicati anche al mercato indipendente.

david byrne bandbackers

 

Questa dovrebbe essere l’epoca d’oro della musica: se ne produce, distribuisce e ascolta più di quanto sia mai successo. Anche il fatto che molti appassionati hanno cominciato a pagare per lo streaming digitale è una buona notizia. In Svezia, dove è nato, Spotify ha salvato 
un’industria discografica che la pirateria
 stava mandando in rovina. Quindi dovrebbero essere tutti contenti. Invece molti di noi che scriviamo, eseguiamo e registriamo la musica non lo siamo per niente. Le storie di personaggi famosi (come Pharrell Williams) che hanno incassato diritti d’autore irrisori per brani che sono stati ascoltati in streaming milioni di volte (come Happy) sono all’ordine del giorno.

Ovviamente la situazione dei musicisti meno noti è ancora peggiore. Per loro è impossibile guadagnarsi da vivere con la musica. Io me la cavo abbastanza bene, ma mi preoccupo per gli artisti emergenti: come faranno?

I servizi in streaming.

È facile accusare le nuove tecnologie, come quelle sfruttate da Spotify o Pandora, di aver ridotto drasticamente i nostri guadagni. Ma a un esame più attento si vede chiaramente che la situazione è un po’ più complicata. Il pubblico è aumentato, ma sono stati anche inventati sistemi per accaparrarsi una percentuale altissima dei soldi che gli appassionati pagano per ascoltare la musica registrata. Molti servizi di streaming sono in balia delle case discografiche (soprattutto le tre grandi: Sony, Universal e Warner), e gli accordi di riservatezza sui contratti impediscono a tutti di essere più trasparenti.

Forse oggi il problema principale degli artisti è proprio la mancanza di trasparenza. Sono andato a fare alcune domande sia ai responsabili dei servizi digitali sia alle case discograiche e ho incontrato un muro di gomma. Per esempio, ho chiesto a YouTube come vengono divisi gli incassi della pubblicità che compare sui video musicali, che mi sembra una questione decisamente importante. Mi hanno risposto che non potevano rivelare le cifre precise, ma che YouTube se ne teneva “meno della metà”. Una fonte del settore (che ha chiesto di restare anonima) mi ha detto che circa il 50 per cento va a YouTube, il 35 a chi ha i diritti sulla registrazione originale e il 15 per cento all’editore.

Prima che i musicisti possano fare qualcosa per garantirsi guadagni più equi, dobbiamo sapere esattamente come stanno le cose. Dobbiamo avere informazioni su come sono ripartiti gli incassi. Taylor Swift ha fatto un piccolo progresso in questo senso, costringendo la Apple a pagarle i diritti d’autore anche per i tre mesi di prova gratuita del suo nuovo servizio in streaming. Però non sappiamo ancora su che cifra si siano messi d’accordo, o come sa- rà stabilita la percentuale dei guadagni dell’artista.

La ripartizione dei proventi

Farsi un quadro preciso di dove vanno a inire i soldi degli utenti che s’iscrivono a un servizio di streaming è notoriamente complicato. Per ora sappiamo che circa il 70 per cento di quello che un abbonato paga a Spotify (che, bisogna riconoscerlo, ha cercato di rendere più trasparente il sistema di pagamento) va a chi detiene i diritti d’autore: di solito sono le case discografiche, che poi stabiliscono quanto dare agli artisti. Ultimamente è trapelata la notizia che, in base a un contratto del 2011 tra la Sony e Spotify, il servizio ha pagato all’etichetta 40 milioni di dollari per tre anni in anticipo. Ma il documento non dice cosa la Sony sia tenuta a fare con quei soldi.

Gli artisti hanno sempre ricevuto dalle case discografiche solo una percentuale degli incassi, di solito intorno al 15 per cento. Questo aveva senso quando la casa doveva recuperare i costi di fabbricazione del dico, ma nel caso dello streaming non è così: rispetto alla produzione di vinili e cd, lo streaming lascia alle etichette margini incredibilmente alti, però loro si comportano come se non fosse cambiato nulla.

Pensate agli interrogativi senza risposta che ha sollevato la disputa tra Taylor Swift e la Apple. Perché le grandi case discografiche non hanno imposto tutte alla Apple di pagare i diritti anche nel periodo di prova del servizio? Non lo hanno fatto perché gli è stato oferto un contratto migliore di quello delle piccole etichette indipendenti? O perché controllano i diritti di un catalogo enorme che non comporta costi di produzione e di distribuzione, ma senza il quale nessun servizio di streaming potrebbe funzionare?

La risposta, a quanto sembra, è la seconda: le grandi case discografiche hanno cataloghi sterminati e possono sopravvivere tranquillamente senza ricevere soldi dalla Apple per tre mesi. Puntano sui tempi lunghi visto che, dopo il primo periodo di prova, dal 40 al 60 per cento degli utenti dei servizi di streaming sceglie la versione a pagamento.
 Ho chiesto alla Apple Music di spiegarmi come vengono calcolati i diritti d’autore nel periodo di prova. E mi hanno risposto che possono dirlo solo a quelli che li controllano (cioè quasi sempre le case discograiche). Io ho la mia casa discografica e il copyright su alcuni dei miei album, ma quando mi sono rivolto al mio distributore per sapere come stavano le cose, mi ha risposto: “Non puoi vedere il contratto, ma se vuoi qualche risposta puoi chiedere al tuo avvocato di chiamare il nostro”.

Non è finita. Una fonte interna all’industria mi ha detto che a quanto pare le grandi etichette distribuiscono gli incassi dei servizi in streaming ai loro artisti in modo arbitrario. Prendiamo un caso immaginario: supponiamo che a gennaio Stay with me di Sam Smith abbia originato il 5 per cento della cifra complessiva che Spotify ha pagato alla Universal Music per il suo catalogo. La Universal non è obbligata ad assegnare quel 5 per cento a Sam Smith. Se vuole, può dargli il 3 per cento, o il 10. E nessuno glielo può impedire.

Le case discografiche prendono soldi anche da altre tre fonti, su cui gli artisti non hanno nessuna informazione: incassano anticipi sugli streaming, diritti sui vecchi brani del loro catalogo e quote di partecipazione azionaria sugli stessi servizi di streaming.david byrne bandbackers

Noi musicisti siamo imprenditori.

In pratica siamo soci delle etichette, e dovremmo essere trattati come tali. Abbiamo molti interessi in comune. Per esempio, siamo entrambi insoddisfatti dei miseri pagamenti di YouTube ( YouTube è la piattaforma più usata del mondo per ascoltare musica gratis). Se i dati su come, dove, quando e perché il nostro pubblico ci ascolta fossero condivisi, potremmo allargare il nostro raggio d’azione. Questo tornerebbe a vantaggio nostro, ma anche di YouTube e delle case discografiche. Se ci fosse più collaborazione e trasparenza potremmo diventare tre volte più ricchi e potenti di oggi, mi ha detto Willard Ahdritz, fondatore e amministratore delegato di Kobalt, un’azienda che opera nel settore della produzione e della distribuzione musicale.

Qualche motivo per sperare ce l’abbiamo. Poco tempo fa, sono stato due giorni a Washington con l’aiuto di Sound Exchange, un’organizzazione non profit per la raccolta e la distribuzione dei diritti d’autore. Volevo capire se era possibile ottenere compensi più equi in base al Fair play fair pay act, una legge in discussione negli Stati Uniti che costringerebbe le stazioni radio a pagare i musicisti quando mandano in onda i loro brani, come succede nella maggior parte del mondo.

A luglio Rethink music, un progetto del Berklee institute for creative entrepreneurship, ha pubblicato un rapporto in cui raccomanda di rendere più trasparenti i contratti e le transazioni economiche del settore musicale, di sempliicare i flussi di denaro e di migliorare l’uso condiviso della tecnologia per entrare in contatto con gli utenti.

Alcune di queste proposte sulla trasparenza sono rivoluzionarie, ma una rivoluzione è proprio ciò di cui abbiamo bisogno. E non riguarda solo le case discografiche: se apriremo la scatola nera dell’industria musicale ci guadagneremo tutti. Tra chi lavora nel settore c’è un clima d’insoddisfazione generale, ma possiamo impegnarci insieme per introdurre alcuni cambiamenti che torneranno a vantaggio di tutti.

Facebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedintumblrmailFacebooktwittergoogle_pluspinterestlinkedintumblrmail

Commenti

Utilizziamo i cookie per rendere migliore la tua esperienza di navigazione sul nostro sito. Continuando con la navigazione ne accetti l'utilizzo. Il sito inoltre fa uso di contenuti multimediali di terze parti la cui fruizione necessita del consenso esplicito ai relativi cookie tramite il pulsante 'Accetto'. Leggi l'informativa completa.

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi